QUANDO L’OCCIDENTE TRAVISA L’ORIENTE
Il ricercatore spirituale occidentale, quando abbraccia le filosofie orientali, rimane in realtà con tutte le proprie tendenze cristiane, pur illudendosi di essere divenuto orientalista.
La cultura asiatica prevede un simbolismo esterno rappresentativo dell’interiorità, ma l’occidentale non afferra un tale concetto e rimane ancorato alla sua usanza di elemosinare appoggi esteriori, cercando di propiziarsi poteri fuori di sé.
Svolge le proprie pratiche come per fare penitenza, quindi con sottomissione, magari facendo voti, promesse e fioretti a divinità dagli occhi a mandorla.
Con l’auto-sottomissione, l’auto-umiliazione, le buone azioni e la lode è sempre alla ricerca di un “paradiso” che questa volta chiamerà buon karma, per sfuggire ad un inferno, che ora chiamerà cattivo karma.
Il ricercatore orientale sa bene che deve volgere il proprio sguardo all’interno, se desidera trovare se stesso, e che le divinità sono immagini simboliche che rappresentano ciò che possiede nell’animo.
Il ricercatore spirituale occidentale invece continua, pur con immagini orientali, a guardare fuori di sé, ad anelare la grazia esterna di un improbabile dio orientale.
Cerca la sua luce fuori di sé, mendicando presso la bontà divina poiché non si è liberato dall’immagine di eterno peccatore, e da ciò la sua ossessione di purificazione.
Purificazione dei chakra, purificazione dell’aura, come se fosse ancora rimasto alla purificazione dal peccato originale.
Non è cambiato, crede di esserlo, ma è rimasto identico a ciò che era prima anche se ora recita mantra in sanscrito alla stessa stregua delle giaculatorie cristiane.
Tratto dal Corso: Counseling Filosofico Spirituale
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