IO SENTO CHE…
L’OSSIMORO BUDDHISTA?
Ci sono alcuni testi, come per esempio il Saleyyakasutta o il Culakammavibhangasutta che attesterebbero affermazioni del Buddha su questioni che riguardano il Karma.
Ma quanto sono attendibili? In altri testi, per esempio, Buddha si rifiuta di parlare di certi argomenti perché distolgono il ricercatore dal qui e ora.
Questo è un dilemma classico nello studio del Buddhismo delle origini.
Da un lato abbiamo un Buddha "pragmatico" (che evita la metafisica), dall'altro un Buddha "descrittivo" (che spiega nei dettagli la rinascita e il karma).
Vediamo come gli studiosi e i praticanti orientano questa apparente contraddizione:
La distinzione tra Metafisica e Legge Naturale
Il Buddha si rifiutava di rispondere alle cosiddette "14 questioni indeterminate" (es. il mondo è infinito o finito?) perché erano speculazioni astratte che non portano alla fine della sofferenza.
Il Karma, invece, era considerato dal Buddha non come un dogma, ma come una legge psicologica di causa-effetto.
Ne parlava perché capire che le azioni hanno conseguenze è fondamentale per l'etica (Sila), che è la base del sentiero.
L'insegnamento graduale (Anupubbikatha)
Il Buddha adattava il messaggio al suo interlocutore:
Ai laici: (come nei sutta citati più sopra) parlava spesso di karma e rinascite favorevoli per incoraggiare una vita etica e armoniosa nella società.
Ai monaci esperti: si concentrava quasi esclusivamente sull'estinzione del sé e sulla vacuità, dove il concetto di "io" che trasmigra perde di significato.
La questione dell'attendibilità storica
Sulla "purezza" di questi testi ci sono diverse scuole di pensiero:
Stratificazione dei testi: Molti filologi ritengono che le descrizioni più "colorite" e dettagliate dei regni di rinascita siano aggiunte successive (influenze del folklore indiano o brahminico) per rendere la dottrina più accessibile o sistematica.
Autenticità del nucleo: Il concetto generale di cetana (intenzione) come motore del karma è considerato un insegnamento originale. Il Buddha ridefinì il karma: non più un rito esteriore (come per i Brahmani), ma un fatto mentale.
E qui ti informo, prendi bene nota, che, inizialmente, si credeva che si potesse ottenere un buon o cattivo karma, non tanto a causa di buone o cattive azioni, bensì se si fosse eseguito un rito alla perfezione oppure no.
Il criterio del "Kalama Sutta"
Il Buddha stesso ha fornito lo strumento necessario per risolvere il dubbio iniziale:
Ha invitato a non accettare nulla per tradizione, scrittura o autorità dogmatica, ma di testare l'insegnamento nella propria esperienza.
Se credere che un'azione crudele porti sofferenza ti rende una persona migliore oggi, allora l'insegnamento è utile.
Se la speculazione sul karma diventa un "labirinto di opinioni" che ti blocca, allora rientra tra le domande da scartare.
In pratica, il Buddha usava il karma come orientamento pragmatico per l'etica, un deterrente, non come un sistema dogmatico da difendere ad ogni costo.
Tratto dal Corso: Counseling Filosofico Spirituale
natyan
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